Mi chiamo Giuseppe, ho 51 anni. Ripercorrere rapidamente le numerose esperienze vissute fino ad oggi non è facile.
Dopo la mia nascita in un paese della Calabria, i problemi non si fecero attendere: dapprima, a circa un anno di vita, un’infezione alle ginocchia costrinse i miei genitori a portarmi a Roma per un intervento chirurgico, poi, a soli quattro anni, la dolorosa e prematura perdita di mio padre: fu fatto uccidere alle spalle dal suo migliore amico. Lasciò mia madre sola ad accudire la famiglia già numerosa.
Iniziò allora il dramma della sopravvivenza di mia madre che dovette impiegarsi in lavori oltremodo pesanti. Alla fine dovette arrendersi e mandarci in collegio.
Insieme a mio fratello più piccolo vivemmo allora due anni di dura sofferenza. Cominciai a perdere la fede in Dio, anzi ad odiarLo. Intanto non potendo comunicare a mia madre lo stato di disagio in cui vivevamo (tutte le lettere che scrivevo venivano preventivamente controllate e, se era il caso, strappate) decisi che non c’era altra soluzione che la fuga. Scappai alle quattro del mattino con un mio amico rischiando seriamente di morire.
Ad 11 anni cominciai a manifestare i primi sintomi di un pericoloso odio verso colui che aveva ucciso mio padre e questo costrinse mia madre a portarci tutti via, a Roma. Ci stabilimmo in una borgata abitata anche da nomadi con i quali strinsi presto amicizia. Desideravo studiare ma non fu possibile perché dovevo aiutare mia madre nel suo difficile compito. Cambiai qualche lavoro ma purtroppo tutte le ferite interiori di un’infanzia così difficile avevano segnato la mia vita. Pur rimanendo lontano da alcool e droga cominciai a percorrere una strada molto pericolosa, quella dell’aggressività e della violenza che mi fece commettere più volte atti deprecabili.
Così trascorsero quegli anni tra il rischio della prigione e della morte finché a 27 anni mi sposai e cominciarono a sorgere problemi di salute.
Fu poi la volta di mia madre, che dopo una vita così difficile si ammalò di cuore, finché nel 1987 un infarto la colse e venne ricoverata in rianimazione. Pensare di perderla o semplicemente vederla soffrire mi faceva impazzire. Il mattino seguente mia madre morì. Subii un trauma troppo grande, il mio carattere peggiorò, sorsero problemi psicologici che mi portarono ad assumere farmaci prescritti da uno psichiatra. I guai intanto non erano finiti: a 13 anni mia figlia improvvisamente rimase bloccata ad una gamba e il primario dell’ospedale dove venne ricoverata diagnosticò uno scivolamento della testa del femore, disse che era necessario un intervento molto lungo e difficile che avrebbe senz’altro condizionato il resto della sua vita. Pregai Dio che questo non avvenisse.
Il giorno dell’intervento il primario dovette partire per gli Stati Uniti e il caso passò nelle mani dell’aiuto primario, che trovò un rimedio molto meno complicato e traumatico. La mia preghiera era stata ascoltata ma per me era solo una coincidenza. Intanto i medicinali prescrittimi dallo psichiatra sortirono un effetto devastante tanto da abbassarmi la vista e la soglia dell’attenzione così che ero diventato poco più che una larva: l’unico sollievo mi veniva dal pensiero della morte che avrebbe potuto interrompere quell’agonia. Tentai il suicidio con la mia pistola e, grazie a Dio, non potei nemmeno allora farla finita perché solo quando andai a prenderla mi accorsi che avevo finito i proiettili.
Una sera di novembre del 1997 mi venne porto l’invito a partecipare ad un culto nella chiesa evangelica che si trova poco distante da casa mia ma di cui, fino ad allora, avevo ignorato l’esistenza. Fu un invito inaspettato perché rivoltomi in un bar, da una persona che non conoscevo: più per curiosità che per un serio convincimento di possibile soluzione al mio problema accettai l’invito, era l’invito di Dio alla mia vita.
Domenica 23 novembre 1997 entrai così in quella chiesa e, vedendo pregare e adorare Dio in un modo così diverso da come avevo sempre veduto fare e fatto personalmente, rimasi sconvolto: nel fervore della preghiera elevata dai presenti, nelle lacrime dei loro occhi credevo di vedere soltanto dolore e disperazione. Attesi allora con ansia la fine della riunione per andarmene. Mi invitarono a tornare il mercoledì successivo ma sapevo che non l’avrei fatto per quello che credevo di aver visto. Grazie a Dio finii con l’andarvi e mercoledì 26 novembre 1997 fu il giorno di Dio per la mia vita. Il pastore cominciò a parlare e stavolta catturò la mia attenzione e questo perché era il Signore stesso che si stava rivolgendo a me, dando una risposta a quelle domande che al termine avevo intenzione di rivolgere al pastore. Ancora una volta pensai alla solita coincidenza, ma quando andammo in preghiera piangendo iniziai a invocare il Signore, aprendoGli la porta del mio cuore così come non avevo mai fatto né pensato si potesse realmente fare, dicendoGli che le mie sofferenze erano troppe e, se dunque esisteva, non poteva nascondersi da me ma doveva salvarmi, tirandomi fuori da quel tunnel buio senza fine in cui ero precipitato. Egli non si fece attendere! Il cuore si apriva e riempiva, in modo glorioso, quel vuoto da sempre avvertito, ero veramente felice, mi era stata donata una gioia immensa mai sentita prima.
Tornai a casa che ero una nuova persona e al momento di coricarmi volli mettere alla prova il Signore dicendoGli che ero stanco di riempirmi di psicofarmaci, tranquillanti e camomille per riposare al più due ore a notte. Non presi quasi nulla e mi addormentai convinto che di lì a poco mi sarei svegliato nuovamente in crisi per imbottirmi di medicine. Quando riaprii gli occhi era giusto l’ora di alzarsi per andare al lavoro! È così che la mia vita è cambiata, è tornata la pace e la serenità interiore, il sorriso e l’amore verso gli altri.
Il 12 luglio 1998 sono sceso nelle acque battesimali e sono fiero di essere entrato a far parte della bella famiglia che è la Sua chiesa.
Molto potrei aggiungere sui meravigliosi cambiamenti che oggi scorgo in me, altri pensieri, altri comportamenti ed altre speranze. Riguardando al passato non posso che rendere grazie a Dio di tutto quello che ha permesso che io vivessi, affinché ogni cosa ritorni oggi alla Sua gloria.
La nuova nascita di Giuseppe Tavella
21 Marzo 2008 di Marco Nappo
